NUOVE DROGHE E VECCHI MERLETTI

Cocaina e spinelli, nuove droghe e vecchi merletti, sembra questo il leit motiv con cui i giovani si distinguono a scuola, nella strada, nella vita. 
E nonostante il mondo dei grandi, degli educatori, dei genitori, sia consapevole del proprio passato, ci si dimentica che forse o semplicemente siamo cambiati noi nel frattempo.

Droga si, droga no, punire non punire, in carcere, no in comunità, un coacervo di brutte e belle intenzioni, di mappature pedagogiche, di prosa della sordità, ognuno a elevare il proprio ruolo e la propria competenza sopra il disagio che imperversa nei ragazzi.

Disagio, trasgressione, devianza, droga, un modo autistico di interpretare le emozioni, disuniti dall’inganno delle parole adulte, dagli agguati predisposti dalle casate educative, prosopopee e dubitosità senza misure, in una sorta di consueta delegittimazione, di malanno intellettuale.

E ’ proprio un bel vedere e un bel sentire per cercare di evitare contatti devastanti con droghe sempre nuove che invadono il mercato,  la pratica sta nell’ addomesticare le “ curiosità e gli obblighi gruppali” dei più giovani, sino al momento dell’accidente che non consente uscite di emergenza.

Ma nonostante la sofferenza che trasuda ogni singola esperienza di dipendenza da sostanze, da uno sniffing, da una striscia cocaina, da un buco di eroina, o da lacche e colla di ultimissimo grido, regna incontrastata la regina della conflittualità dialettica, della dialogica furbesca, di una nuova destinazione all’inferno delle speranze, attraverso la menzogna elargita senza alcun dettaglio a tutela, affermando che esistono droghe alternative, droghe che non sono considerate tali, droghe normali.

E’ un dialogo generazionale defraudato di onestà e valori condivisi, a fronte di una produttività che non ammette casse mutue né una dimensione del tempo fruibile, affinché sia possibile generare una reciprocità di maturazione culturale e affettiva.

Sul fronte delle prime linee contro l’uso e l’abuso delle sostanze, c’è davvero molto da dire e fare, soprattutto c’è da non accasciarsi sui fallimenti che la vita ci occasiona senza preavvisi, c’è da fare i conti con il proprio vissuto e con quello di tante altre persone anonime, che aggiungono ragioni e intensità sufficienti a proporre riflessioni che contengono le risposte mancanti.

A 13 o 14 anni la canna tra le dita, il fumo nelle narici, uno stile di vita appena iniziato, salire su un’auto lasciata incostudita, prenderne possesso e con normale divertimento partire all’avventura.
In tre ragazzi sopra quella macchina a fumare e ridere, a calare giù di gusto, a pensare di non essere fatti, anzi di stare bene e lontano dai guai.
Tre ragazzi e la strada che diventa stretta, la notte scambiata per il giorno, d’improvviso la musica è finita, il rumore del motore spento, le risate smorzate in gola, i pensieri paurosamente interrotti.

A 13 o 14 anni ci si esprime con l’esibizione di qualche scaltra giustificazione, di scuse zoppe, per non accollarsi una responsabilità precisa, ma forse, quell’albero non sarebbe  passato inosservato, forse quell’ostacolo così ovvio non sarebbe stato interpretato come un semplice impedimento, forse se non ci fossero state le canne a fumarsi il residuo di cervello, forse da quella  macchina  non ci saremmo trascinati fuori soltanto in due, perdendo per sempre, per tutto il tempo che rimarrà da vivere, un pezzo importante di noi stessi.

di Vincenzo Andraous
tutor cominutà Casa del Giovane

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  1. Luca ha detto:

    Articolo molto bello!

    complimenti

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