Riconoscere il vittimismo dalla vittima

Molto spesso le persone si raccontano, lo fanno ad un amica/o, lo fanno al loro terapeuta di fiducia, alla propria guida spirituale, al partner e a tante altre situazioni di relazioni di vita.

Nel raccontarsi si fa gran confusione, naturalmente inconsapevolmente, nel sentirsi vittime o fare del vittimismo.

Specifichiamo sin dall’inizio la differenza tra vittimismo e vittima come per altro ho già espresso in un precedente articolo (https://www.notiziecristiane.com/uscire-dal-vittimismo-patologico).

La sostanziale differenza di ordine psicologico riguarda la propria decisionalità, le proprie scelte che la persona non essendo nella capacità di attuare, a causa di fattori esterni contingenti, diventa vittima, subisce senza la propria volontà.

Chi, al contrario, si propone all’insegna del vittimismo si adopera, sebbene fuori controllo consapevole, come sfortunata e passiva agli eventi. Si propone vittima.

La vittima è colui o colei che realmente ha subìto un torto, una violenza, un’offesa; il vittimista è una persona, che sebbene non se ne renda conto, si lamenta di un qualcosa subito senza una reale causa o ragione; quasi volutamente. (Riccardi P., ibidem)

È un dato di fatto che gli studi degli psicologi, psicoterapeuti e psichiatri spesso sono affollati da persone che si raccontano e si percepiscono come vittime senza un reale riscontro, sono i vittimisti.

Questi adottano un comportamento, un gioco psicologico, tipico gamba di legno descritto dallo psichiatra Berne, per indicare chi volutamente cerca aiuto dimostrando ad altri la sua menomazione (Berne E., A che gioco giochiamo e Bompiani 2004). Il vittimista si sente incapace e chiede agli altri di fare qualcosa per lui/lei. In genere, dal punto di vista della psicologia clinica e psicoterapeutica, il vittimista propone un gioco relazionale patologico che ha come fine il mantenere modalità relazionali simbiotiche che affondano radici nella disistima di se. Nella incapacità di risolvere i problemi della vita.

Un esempio tipico ci viene offerto dalla psicoterapeutica di Gesù (Riccardi P., Psicoterapia del cuore e Beatitudini ed. Cittadella Assisi 2018) del paralitico di Betzaetà, si legge: “Vi fu poi una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. V’è a Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, una piscina, chiamata in ebraico Betzaetà, con cinque portici, sotto i quali giaceva un gran numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici. [Un angelo infatti in certi momenti discendeva nella piscina e agitava l’acqua; il primo ad entrarvi dopo l’agitazione dell’acqua guariva da qualsiasi malattia fosse affetto.] Si trovava là un uomo che da trentotto anni era malato. Gesù vedendolo disteso e, sapendo che da molto tempo stava così, gli disse: «Vuoi guarire?». Gli rispose il malato: «Signore, io non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, qualche altro scende prima di me». Gesù gli disse: «Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina». E sull’istante quell’uomo guarì e, preso il suo lettuccio, cominciò a camminare (Gv 5, 1-9).

Si noti come al contempo Gesù non si lascia ammaliare, condizionare, prendere dal vittimismo del paralitico, che in fondo, lui stesso afferma di sentirsi inferiore; vittima della sua stessa inferiorità. Con parole secche e trasformatrici stimola la capacità di agire con responsabilità e maturità se ci crede (Riccardi P., Parole che trasformano psicoterapia dal vangelo ed Cittadella Assisi 2016).

Gesù che ama, non può cadere nel “gioco” del sostituirsi al meccanismo patologico di vittimismo. Se lo avesse fatto non lo avrebbe amato e non avrebbe desiderato la sua crescita e salvezza. Perché la persona vittimista, piuttosto che voler superare la sofferenza tende a crogiolarsi in essa, a trarne un qualche assurdo vantaggio difensivo/aggressivo.

Ogni operatore che si interessa dell’altro, sia in ambito specialistico che pastorale deve essere attento, in a cogliere il vittimismo da chi si professa vittima in quanto il vittimista ha come principale obiettivo stimolare la compassione altrui per non attivarsi nelle proprie risorse.

Come ha evidenziato, a livello clinico relazionale lo psichiatra Eric Berne, nel 1953 quando individua nella “transazione ulteriore” il “gioco” patologico relazionale (E. Berne, a che gioco giochiamo, Bompiani, 2004). La transazione, afferma lo psichiatra Berne, è una comunicazione tra due o più persone fatta su di una richiesta iniziale. Ogni risposta alla richiesta iniziale del vittimista viene smontata con una ipotetica affermazione del “Perché non…si ma”.

Un esempio banale, ma significativo, può essere il seguente: una persona vuole un aiuto, si reca dalla persona di fiducia e per quanto questi gli fornisca i suggerimenti necessari essi sono continuamente smontati e giustificati da mille causa: sì ma non posso; sì ma già ho provato; sì ma non mi è possibile ecc….

Una serie di giustificazioni che trovano riscontro in un nervosismo da parte di chi fornisce il suggerimento. 

Situazione vissuta molto spessa da chiunque. A livello psicologico profondo è probabile che la persona voglia essere solo compatita per i suoi insuccessi e di sicuro questo non è un atteggiamento che depone a favore di una maturità psicologia.

In conclusione le caratteristiche riconoscibili del vittimista sono:
1) negazione della responsabilità personale;
2) diffidenza, svalutazione e verso chi elargisce aiuto e suggerimenti;

3) focalizzazione in modo rigido sul proprio stare male 4) Manipolazione e sabotaggio ad ogni possibile cambiamento.

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