Tra bullismo e Baby gang

Quando ci si addentra nel mondo giovanile c’è il rischio di imbattersi improvvisamente  in un altro mondo vicino, c’è una difficoltà estrema a distinguere i tratti di una violenza priva di significati, soprattutto di utilità.

Nel Regno Unito le babygang spadroneggiano nelle città come nelle periferie, gli adolescenti sono fotocopie di “eroi” delle playstation, i ragazzini non sono più imberbi fautori del “tutto e subito”, ma veterani di una guerra che non è mai stata loro, un morto dietro l’altro.

Accade in quell’Inghilterra che da anni ammiriamo, che vorremmo imitare per capacità creative e economiche.

Da noi per ora, bullismo non è criminalità, non è ancora calamità nazionale, soprattutto non è ancora serbatoio di alcuna organizzazione criminale.

Il nostro è un bullismo del benessere, è abuso dell’agio, persino chi non ha niente,  possiede qualcosa al fondo delle tasche, non è disagio che picchia contro al mancato raggiungimento di un traguardo economico, è disagio relazionale, paura delle vita, non della morte, è incapacità e rigetto della scelta.

Ciò che accade dall’altra parte della Manica è differente, perché nasce da una povertà endemica in alcuni strati sociali, da degenerazioni famigliari estese a interi quartieri, da un alcolismo adulto che insegna ai più giovani a non fare prigionieri.

Sono morti ammazzati diciotto ragazzi in un solo anno, una bestemmia indicibile, forse questa volta non si eluderà la condivisione della tragedia, del dolore, con la solita richiesta-risposta di inasprire le condanne, di invocare le solite certezze delle pene.

Stiamo parlando di un paese dove migliaia di minori sono diventati “esseri esiliati dalla vita” in qualche carcere, molti muoiono in quelle celle, e non occorrono tante spiegazioni.

Le carceri inglesi scoppiano di giovani all’arrembaggio, eppure le punizioni sono esemplari, l’uso del braccialetto e del controllo sono espressi alla massima potenza, ma in un anno diciotto ragazzi sono stati assassinati, e altri trenta sono deceduti negli istituti penitenziari.

“Un paese che non ama, non protegge e non rispetta i suoi giovani, ma li emargina e li criminalizza”, appare una dicitura post-mortem, invece è quanto ogni cittadino, non inglese ma del mondo, deve riflettere e ponderare.

Ci preoccupano i nostri bulli, invochiamo la frusta,  ma se guardiamo al paese dei Re e delle Regine,  delle tendenze e dei suoni, c’è la risposta da dare alle nostre generazioni, c’è l’avviso a non incappare nelle superficialità che potremmo pagare a caro prezzo, c’è la necessarietà a attuare piani economici e politiche sociali che vedano coinvolti non solamente i ragazzi, ma anche gli altri, in quel famoso sostegno alla genitorialità troppe volte dimenticato a metà del guado.

Diciotto morti ammazzati in un anno, non per mafia, nè camorra, unicamente ragazzini dai pantaloni a vita bassa, con le tasche grandi,  con le mani conficcate dentro,  in compagnia del freddo di una lama tra le dita.

Di Vincenzo Andraous
Tutor Comunità Casa del Giovane di Pavia

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  1. laura alberico ha detto:

    I fenomeni di bullismo sono manifestazioni individuali sul singolo. Generalmente il bullo ha bisogno di essere visibile agli occhi del gruppo per rendere apprezzabile il suo “potere”. Le baby gang sono un fenomeno di gruppo in cui emerge una “coscienza collettiva” di ruolo, l’unione che fa la forza determina un’azione compatta e criminale che risulta più intensa e distruttiva. Entrambi i fenomeni comunque rappresentano comportamenti devianti e di ribellione. La società del “benessere” purtroppo trasmette falsi miti e sicuramente un senso di solitudine infinita.

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